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Il prezzo unico nazionale dell'energia elettrica oggi vale tra 0,11 e 0,25 €/kWh: qui leggi il PUN giornaliero, l'andamento storico mese per mese e le previsioni 2026, distinguendo sempre il prezzo all'ingrosso GME dal costo finale in bolletta.

Nelle ultime settimane il prezzo unico nazionale si muove in una fascia indicativa di 0,11 €/kWh–0,25 €/kWh, con il dato grezzo di maggio 2026 attorno a 0,115 €/kWh nel Mercato del Giorno Prima. L'ampiezza di questa banda dipende dal mese, dalla fascia oraria e dalla zona di consumo: un valore singolo, isolato dal contesto temporale, dice poco. Per la quotazione del giorno il riferimento è il portale del Gestore dei Mercati Energetici, mentre il Portale Offerte di ARERA permette di confrontare proposte indicizzate e a prezzo fisso a parità di consumo. Il numero del giorno va sempre letto insieme alla fascia e alla zona, non come dato assoluto.
Conviene fissare subito una distinzione che spiega l'ampiezza di quella banda: il PUN pubblicato dal GME è il prezzo all'ingrosso e nelle quotazioni recenti resta nell'ordine di 0,11–0,13 €/kWh, con maggio 2026 attorno a 0,115 €/kWh. Il valore vicino a 0,25 €/kWh non è il PUN, ma il prezzo finale al netto delle componenti di rete, degli oneri di sistema, delle imposte e del margine del fornitore. Prezzo all'ingrosso e prezzo finale viaggiano quindi su due livelli diversi: chi li sovrappone finisce per leggere come quotazione di borsa un importo che include voci del tutto estranee al mercato all'ingrosso.
Dal 1° gennaio 2025 il riferimento operativo non è più il PUN classico ma il PUN Index GME, in piena continuità di calcolo con il prezzo precedente. È la media ponderata dei prezzi zonali del Mercato del Giorno Prima, pesata sui volumi di energia effettivamente scambiati: questo lo rende un benchmark più aderente a come l'energia viene davvero comprata zona per zona. Resta il parametro che le offerte luce indicizzate usano per agganciare la componente energia. La media ponderata sui volumi reali è ciò che distingue l'indice attuale dalla vecchia media aritmetica, e spiega perché due giornate con prezzi zonali simili possano chiudere su valori diversi.
Il PUN viene quotato in €/MWh, mentre la bolletta ragiona in €/kWh o in c€/kWh: per confrontare i due mondi basta dividere il valore in €/MWh per 1.000. Fatta la conversione, il PUN incide sulla sola componente energia dei contratti a prezzo variabile, non sul totale fatturato. Trasporto, oneri di sistema, imposte e margine del fornitore restano voci a sé, e possono pesare quanto o più della materia prima. Conviene anche distinguere il prezzo medio giornaliero dal prezzo orario: la media del giorno può nascondere picchi nelle ore di punta, e per chi ha un'offerta indicizzata è proprio quel dettaglio a fare la differenza sul costo del mese.
Un grafico dell'andamento del PUN è leggibile solo se dichiara l'unità di misura, in €/MWh o €/kWh, e un asse temporale coerente: senza queste due ancore la curva diventa fuorviante. La fonte da cui ricostruire la serie storica è il Gestore dei Mercati Energetici, che pubblica i dati ufficiali con precisione al centesimo. L'unità di misura sull'asse va sempre esplicitata, perché confrontare un valore in €/MWh con uno in c€/kWh è un errore frequente che falsa la lettura del trend.
Lo storico del PUN serve a riconoscere i cicli di rialzo e ribasso, i picchi stagionali e i trend di medio periodo. Il valore di una serie storica sta nel confronto tra minimo, massimo e media mensile: la media racconta dove sta il mercato, la distanza tra minimo e massimo racconta quanto è nervoso. I movimenti vanno poi collegati ai loro driver tipici. La domanda stagionale ne è il primo: i consumi salgono d'estate per il condizionamento e d'inverno per riscaldamento e illuminazione. Pesa poi la produzione rinnovabile, perché solare ed eolico abbondanti comprimono il prezzo nelle ore di alta generazione, mentre nelle ore in cui serve gas per coprire la domanda è il costo del termoelettrico marginale, legato a prezzo del gas e della CO2, a trainare il PUN. Contano infine la disponibilità idroelettrica, con le annate piovose che aumentano l'offerta a basso costo e le siccità che la riducono, e gli shock geopolitici, le cui tensioni sulle forniture si trasmettono al prezzo in tempi rapidi.
Il valore mensile è la media dei dati giornalieri del mese e smussa la volatilità quotidiana, restituendo una curva più stabile per confrontare mesi consecutivi e anni diversi. Le fasce orarie F1, F2 e F3 pesano comunque su quella media, perché il profilo di consumo si distribuisce in modo diverso lungo la giornata. Leggere insieme media mensile e dato giornaliero è la mossa più informativa: il mensile sintetizza il periodo, il giornaliero cattura il prezzo spot, e il loro scarto dice se il mercato è in una fase calma o in piena oscillazione.
I dati mensili pubblicati dal GME mostrano un avvio d'anno tutt'altro che piatto, con un calo marcato a febbraio e un rimbalzo a marzo. I valori medi a fascia unica dei primi mesi del 2026, espressi in €/MWh con la conversione in €/kWh tra parentesi, sono i seguenti:
Questi valori restano una fotografia da aggiornare mese per mese: la fonte ufficiale resta la sezione PUN Index del portale GME, che pubblica le medie definitive non appena il mese è chiuso.
Costruire una previsione sul PUN 2026 significa incrociare la serie storica con le fasce orarie e gli aggiornamenti di GME e ARERA, non azzardare un numero secco. Le analisi prospettiche sulle tariffe indicizzate aiutano a valutare convenienza e rischio per chi sceglie un'offerta variabile, a patto di trattarle per quello che sono: scenari, non certezze. Una previsione di prezzo all'ingrosso è sempre un range probabilistico, perché la variabilità mensile e giornaliera resta strutturale anche negli anni più stabili.
Due dinamiche specifiche pesano sullo scenario 2026 più delle altre. La prima è la sensibilità al prezzo del gas: nelle ore prive di sole e vento è il termoelettrico a fissare il prezzo marginale, così ogni tensione sulle forniture si trasferisce in fretta sul PUN. La seconda è la cosiddetta cannibalizzazione delle ore centrali: con solare e agrivoltaico che immettono molta energia nelle ore diurne, la fascia F1 vede quotazioni compresse proprio dove un tempo erano più alte. L'effetto netto sposta valore dalle ore di sole verso le ore serali, ridisegnando il profilo di costo di chi consuma in fasce diverse.
La direzione del PUN nel 2026 dipende da un insieme di driver che agiscono insieme e a volte in direzioni opposte. Più sale la produzione rinnovabile nelle ore centrali, più il prezzo tende a scendere; ma un picco di domanda o uno shock di offerta riporta il termoelettrico al margine e fa risalire la quotazione in fretta. A muovere il fabbisogno è anzitutto la domanda elettrica complessiva, sospinta dalla ripresa industriale e dall'elettrificazione dei consumi. Sul costo marginale pesa il prezzo del gas naturale, che resta il principale traino nelle ore senza sole né vento, mentre la quota crescente di rinnovabili come solare ed eolico comprime i prezzi diurni. Si aggiungono il costo della CO2, con il prezzo dei permessi di emissione che si scarica sul termoelettrico, e il quadro europeo e climatico, dove interconnessioni, livelli di stoccaggio e ondate di freddo o caldo generano oscillazioni stagionali.
La minore esposizione al gas e la crescita dell'autoconsumo elettrico spingono verso un PUN mediamente più stabile, ma i margini per oscillazioni stagionali restano ampi finché il termoelettrico resta indispensabile per coprire i picchi.
Le previsioni del PUN 2026 vanno lette come scenario base, rialzista o ribassista, non come un valore unico: questo approccio trasforma una stima statica in un quadro di rischio adattabile. Per chi ha una tariffa indicizzata l'impatto è diretto: un trend crescente alza la spesa dei contratti variabili, un calo la riduce. La scelta tra prezzo fisso e variabile diventa così una decisione sul rischio che si è disposti ad assumere, da prendere guardando agli scenari e non a una singola quotazione.
Storicamente il prezzo all'ingrosso italiano si colloca sopra la media dei principali mercati europei, e la ragione principale è strutturale: il mix elettrico nazionale resta più dipendente dal gas naturale, che fissa il prezzo marginale per molte ore dell'anno. Dove la generazione è più nucleare o idroelettrica, come in Francia o nei paesi nordici, le quotazioni di base tendono a essere più contenute. Il divario con l'Europa si riduce quando il gas costa poco e le rinnovabili producono molto, mentre torna ad allargarsi nei periodi di tensione sulle forniture: per questo il posizionamento del PUN rispetto agli indici esteri è un buon termometro dello scenario di prezzo che attende le bollette italiane.
Il prezzo unico nazionale nasce per dare un valore medio di riferimento a scala nazionale, pur restando sensibile alle differenze territoriali e alle congestioni di rete. È un dato sintetico, usato come aggancio per contratti e offerte indicizzate, ma non coincide con il prezzo finale in bolletta. La sua funzione di livellamento viene attenuata dalle componenti aggiuntive — tasse, oneri di sistema, costi di rete — che ogni offerta commerciale somma all'indice, e dai limiti fisici della rete che possono mascherare le dinamiche di prezzo proprie di ciascuna zona.
Il PUN è un indice del mercato elettrico all'ingrosso, calcolato dal GME a partire dagli esiti della borsa IPEX nel Mercato del Giorno Prima. Il valore riflette l'incontro tra domanda e offerta, ed è quindi sensibile ai volumi scambiati e al loro profilo orario. La logica di calcolo pesa l'energia scambiata nelle diverse zone, così il prezzo resta rappresentativo delle condizioni locali. Dal 1° gennaio 2025 il riferimento operativo è il PUN Index GME, che esprime la media ponderata dei prezzi zonali sui volumi effettivamente acquistati: la stessa borsa, una pesatura più aderente al mercato reale.
ARERA e GME hanno ruoli distinti e complementari, che conviene tenere separati per capire chi fa cosa. ARERA non calcola il PUN: presidia il contesto regolatorio e la tutela del mercato, definisce le componenti tariffarie e mette a disposizione strumenti come il Portale Offerte per confrontare indicizzato e fisso. Il GME, invece, gestisce operativamente i mercati energetici, ne definisce le regole e pubblica i dati di borsa da cui deriva il prezzo all'ingrosso. Sono proprio i dati di borsa pubblicati dal GME a generare il valore del prezzo unico nazionale, garantendone trasparenza e tracciabilità.
Mettere a confronto PUN e PSV chiarisce perché luce e gas possano muoversi in modo diverso nello stesso periodo. Il PUN è il riferimento all'ingrosso dell'energia elettrica in Italia, quotato giornalmente e guidato dalla domanda e dall'offerta elettrica nazionale. Il PSV, Punto di Scambio Virtuale, è invece il mercato di riferimento per il gas naturale, sensibile a variabili come il mercato internazionale e le forniture transfrontaliere. I costi di luce e gas possono quindi divergere anche con lo stesso fornitore, perché i due indici rispondono a driver differenti: leggerli separatamente è ciò che permette di interpretare correttamente le offerte di luce e gas abbinate.
PUN e PSV sono entrambi benchmark all'ingrosso, ma si riferiscono a materie prime e mercati diversi e seguono dinamiche non sovrapponibili. Il PUN governa il costo dell'energia elettrica e dipende dalle condizioni di produzione e distribuzione elettrica nazionale, orientando le tariffe finali e le strategie degli operatori. Il PSV governa il gas naturale e risente delle infrastrutture di importazione e del mercato globale, dove contano capacità di stoccaggio e trasporto. Trattandosi di materie prime che rispondono a leve diverse, una previsione affidabile richiede di analizzare i due indici separatamente, ciascuno con i propri fondamentali.
Nella bolletta energetica il PUN governa la materia energia elettrica e il PSV la materia gas: nelle offerte indicizzate la tariffa luce è agganciata al PUN, quella gas al PSV. Questo significa che le oscillazioni del mercato all'ingrosso si trasferiscono direttamente sull'utenza, premiando il cliente nelle fasi di prezzi bassi ma esponendolo nei rialzi. Vale però una cautela: la presenza dell'indice non determina da sola il costo finale. Spread, commissioni commerciali e componenti regolate pesano sul totale, quindi una valutazione corretta guarda all'intera struttura dell'offerta, non al solo aggancio all'indice.
Per valutare un contratto proposto da A2A o da qualunque altro operatore, il riferimento più affidabile è il Portale Offerte di ARERA, che mette a confronto le proposte a parità di profilo di consumo. La convenienza non si giudica sul singolo parametro: conta il costo complessivo annuo del contratto, che mette insieme prezzo indice, spread del fornitore, costi fissi, durata e servizi accessori. Guardare solo al valore del PUN porta a confronti distorti, perché due offerte agganciate allo stesso indice possono costare in modo molto diverso una volta sommate tutte le voci.
Nelle offerte a prezzo variabile la componente energia elettrica è agganciata al PUN, mentre il gas segue il PSV: i due indici muovono le rispettive materie prime al ritmo del mercato all'ingrosso. Queste offerte premiano nelle fasi di prezzi bassi ma espongono il cliente al rischio di rincari nei periodi di rialzo, e proprio per questo richiedono una valutazione del rapporto tra risparmio potenziale e volatilità. Su questo aggancio i fornitori applicano poi spread o ricarichi fissi, spesso in c€/kWh, con aggiornamenti che possono essere mensili, giornalieri o persino orari a seconda della formula contrattuale.
Il prezzo di un'offerta non coincide mai con il solo PUN: somma la quota variabile legata all'indice e una serie di voci commerciali e regolate che vanno lette una per una. Prima di firmare conviene partire dal tipo di prezzo, variabile o fisso, perché definisce l'esposizione al mercato, e dall'indice di riferimento, PUN per la luce e PSV per il gas, con eventuali medie o ritardi di applicazione. Vanno poi controllati lo spread del fornitore, cioè il ricarico applicato all'indice di solito in c€/kWh, le quote fisse di commercializzazione o gestione indipendenti dal consumo, e la periodicità di aggiornamento — mensile, giornaliera od oraria — che cambia la prevedibilità della spesa.
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